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L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
[Costituzione della Repubblica Italiana]
Dominique ha circa 50 anni. Non conosce la sua età precisa perché in Sierra Leone l’anagrafe è incerta; certa, invece, è la sua fortuna rispetto a tanti altri, non solo perché l’aspettativa di vita media in Sierra Leone è di 41 anni, ma anche perché, presso l’ospedale di Emergency a Goderich, Dominique ha potuto trovare cure gratuite e di qualità in un paese dove la sanità è a pagamento e dove esistono poco più di 100 medici.
Dominique si era rotto il femore in due punti dopo una brutta caduta ed era rimasto immobilizzato nella sua capanna per mesi, prima di arrivare all’ospedale di Emergency: come tanti altri, non poteva pagarsi le cure mediche necessarie e aveva sperato che la frattura guarisse da sé.
Dominique è stato operato da Lina, la chirurga ortopedica internazionale, e Yilliah, il collega locale: dopo un po’ di fisioterapia, ha ricominciato a camminare e presto ricomincerà a fare una vita normale.
In 10 anni di attività Emergency in Sierra Leone ha curato più di 300.000 persone. I pazienti aumentano e ora l’ospedale ha bisogno di crescere con la costruzione di 3 nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso…
Se vuoi sostenere EMERGENCY hai tutti i numeri per farlo: invia un SMS al 45506 e donerai 2 euro per i lavori di ampliamento dell’ospedale in Sierra Leone.
“I bambini, qui, quando hanno finito di giocare a pallone si tolgono le scarpe. I nostri bambini in Iraq, quando hanno finito di giocare si tolgono le gambe”. Teresa aveva un modo semplice e disarmante di raccontare il lavoro di Emergency, il suo lavoro. A volte bastava dare un’immagine: quella, appunto, dei “nostri bambini”, dei pazienti saltati su una mina e curati presso i centri chirurgici di Emergency in Iraq, che poi hanno ricevuto un paio di gambe (o di braccia) nuove nel Centro di riabilitazione che oggi porta il suo nome.
A raccontare dei nostri pazienti e delle loro ferite, specialmente quando si tratta di bambini, si rischia di scadere subito nella retorica: nulla di più lontano da Teresa, dalla sua personalità, e dalle sue parole. Nessuna retorica in lei, nessun compatimento, nessuno spazio per la commiserazione: di fronte alle brutture che ogni giorno invadono i nostri ospedali non bisogna perdere tempo a dire “poverini”, c’è semmai da chiedersi “E adesso che cosa possiamo fare?”.
La cosa più preziosa che possiedo è un libro di Bertolt Brecht, le Poesie di Svendborg, che mi ha regalato lei, vent’anni fa. Alcune poesie hanno accanto un segno a matita – perché “sui libri non si scrive a penna!” – e sono le sue preferite, quelle che “questo basta a capire la guerra”.
La guerra che verrà non è la prima: prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.
Ecco: senza retorica, solo una constatazione. A farne le spese è la povera gente, sempre e comunque. E Teresa, nel corso dei quindici anni della sua storia d’amore con Emergency, l’ha visto bene: Cambogia, Sierra Leone, Afganistan, Iraq… lingue diverse, colori diversi, sapori diversi, storie diverse, ma in fondo la stessa storia: la povera gente faceva la fame.
Teresa è morta un anno fa, il primo settembre di un pessimo duemilaenove. In quest’anno, non è riuscita a vedere molte cose: la sua Emergency continua a lavorare, e tanto. Abbiamo inaugurato un nuovo Centro pediatrico di Nyala, in Darfur, da lei tanto voluto. Un Poliambulatorio per migranti (e non solo) a Marghera, che aprirà a metà ottobre. Il Centro che presto costruiremo nella Repubblica Democratica del Congo. E adesso che cosa possiamo fare?
Cecilia Strada
F. è un ragazzo che vive nelle campagne che circondano Nadalì, un villaggio vicino a Lashkar-gah. Racconta che stava lavorando nel suo campo quando ha incominciato a sentire arrivare i rumori dei combattimenti e a vedere gli aerei sempre più vicini. D’improvviso – nemmeno il tempo di accorgersene – qualcosa è esploso e numerose schegge lo hanno colpito.
F. è stato portato all’ospedale di Lashkar-gah dove ha subito un intervento d’urgenza all’addome e nei giorni successivi è stato operato altre volte per curare le numerose fratture.
Adesso inizia a stare meglio, ma nelle orecchie continua a sentire un fastidioso ronzio e di notte, quando chiude gli occhi, ha paura.
Ciao.
Quelli che abbiamo passato, insieme, sono stati momenti davvero intensi.
Il giorno dell’arresto, già sul pick up che ci portava alla prigione, vi ho sentiti tutti con noi.
Tutti.
E soprattutto nei momenti di maggior fragilità, davanti ad una porta che era il confine del nostro mondo, ridotto d’improvviso a 4 metri per 2, eravate tutti con noi.
Vi ho visto a turno andare a consolare prima Marco poi Matteo e poi me.
Vi ho visto mentre ci accompagnavate agli interrogatori, sempre seduti vicini a noi.
Vi ho visto seduti in terra con noi, a raccontarci di questa giovane e straordinaria organizzazione.
Avete condiviso con me il cibo che ci davano, buono o cattivo che fosse.
A bere l’acqua facevamo a turno, perché tutti ne avessero almeno un sorso.
Vi siete messi la stessa divisa, e ne abbiamo riso.
Ci siamo fumati interminabili sigarette, chiusi là dentro ma liberi.
E prima ancora abbiamo insieme raccontato la guerra, quella vera.
Insieme abbiamo curato le ferite della gente innocente che può solo subire, questa tragedia.
Insieme poi siamo stati trasferiti a Kabul, lasciando il cuore nel nostro ospedale di Lash.
Ed ancora insieme abbiamo conosciuto un’altra prigione, altre guardie, altri interrogatori.
Insieme ci siamo trovati sul balcone del comandante della prigione, liberi ma ancora molto spaventati.
Insieme abbiamo fatto un interminabile viaggio,stremati ma felici.
Ed insieme continueremo a fare quello che sappiamo fare e che è un dovere fare, se vogliamo chiamarci ‘esseri umani’.
Ed io lo so che verrà un momento in cui ognuno di noi dovrà anche da solo leccarsi le ferite, che per il momento sono anestetizzate dallo straordinario affetto che ci circonda.
Ma non ho paura.
Voi ci siete, da anni.
E la Tere mi ha insegnato che c’è un coraggio e una dignità enormi nel chiedere aiuto.
Non solo nel darlo.
E prometto che lo farò, se sentirò che la botta è stata troppo forte per un uomo semplice come sono io.
Nel frattempo, spero sentiate tutti, ma proprio tutti, il mio abbraccio dal cuore.
Da anima ad anima.
Grazie.
Infinite grazie.
[Matteo Dell'Aira]
D., 45 anni e’ africana, ha un permesso di soggiorno per lavoro e vive con suo marito A. in Italia da quasi dieci anni.
Sono pazienti del Poliambulatorio di Emergency a Palermo, li vediamo quasi tutte le settimane perche’ A. e’ sottoposto dai nostri cardiologi a uno strettissimo follow-up per ipertensione arteriosa con insufficienza renale severa.
Poco prima di conoscerci, A. aveva perso il lavoro – e quindi il permesso di soggiorno – a causa dei suoi problemi di salute, e attualmente non e’ neppure in grado di badare a se stesso.
D. si divide tra il lavoro e l’assistenza al marito, di se stessa non si e’ mai preoccupata.
Quando all’inizio di quest’anno la sua situazione si e’ aggravata, alla fine ci ha confidato che il datore di lavoro l’aveva informata che non l’avrebbe pagata se si fosse assentata per l’operazione. Se avesse perso il lavoro, anche il rinnovo del permesso di soggiorno sarebbe stato impossibile.
Inoltre A., senza il suo aiuto, non e’ in grado di assumere la terapia complessa cui e’ sottoposto, nè di provvedere ad alimentarsi considerato il regime dietetico speciale cui e’ sottoposto.
Con un po’ di fatica, l’abbiamo convinta ad accettare il nostro aiuto: S., una delle nostre infermiere volontarie, ha organizzato insieme al marito ginecologo l’intervento nell’ospedale dove lavorano, i volontari si sono organizzati in turni per andare da A. a somministragli la terapia, cucinare pasti speciali e accompagnarlo in ambulatorio per i controlli medici, altri hanno provveduto a pagare l’affitto di casa per quel mese.
Il fibroma di D. pesava 4,6 kg.
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