Emergency Days 2011
4-5 Giugno 2011 - Spazio Arte
Via Maestri del lavoro
info: eventi@emergencysesto.it
Il vecchio e la guerra

Abdullah
Abdullah è un anziano afgano ricoverato per una ferita all'ospedale di Emergency a Lashkargah. Ha vissuto gran parte della sua vita sfiorando la guerra: alla fine l'ha incontrata
Dice di avere ''almeno'' novant'anni.
Ha gli occhi buoni, Abdullah.
Ringrazia sempre tutti, quando gli si porta il cibo o quando gli si cambia la medicazione.
Non sa leggere né scrivere, è vissuto sempre a Musa Qala, un distretto a quattro ore di macchina a nord di Lashkagah.
All'inizio gli è stato spiegato che il tappo del succo di frutta va svitato, altrimenti non esce nulla.
E' la seconda volta in tutta la sua vita che arriva in questa città, la prima con alcuni dei suoi figli, ne ha undici, a portare il cotone da vendere.
La seconda è questa, per essere ricoverato nel nostro ospedale.
Non ha nemmeno mai visto Kabul in tutta la sua vita.
Si ricorda del tempo di re Zair Shah,''che voleva aprire molte scuole'' nel suo distretto. Ma si ricorda anche dei tempi precedenti. Si ricorda che sono almeno sessant'anni che sente e vede combattimenti e guerre nel suo paese.
Si ricorda che anche questa volta c'è stato un feroce combattimento, lui era nei campi ad aiutare i propri figli. Si ricorda di aver sentito un gran bruciore dietro. Poi, più nulla.
E' arrivato da noi in stato di shock. Il proiettile entrato dal suo gluteo è uscito dalla sua pancia.
E' stato operato e ora è un paziente modello.
I suoi occhi vivaci ma stanchi non smettono di ammirare tutto quello che gli capita intorno.
Continua a ringraziarci per tutto quello che facciamo, per la bellezza e l'utilità del nostro ospedale, che ''cura tutti gratuitamente'' e dove ''addirittura'' non deve pagare per il cibo che gli viene servito tre volte al giorno.
Probabilmente oggi andrà a casa e, come continua a ripetere, parlerà a tutti di come si è trovato bene all'ospedale di Emergency a Laskargah.
Alla sua memoria fatta di lavoro, fatica, povertà e guerra, si è aggiunto un nuovo ricordo da adesso in poi, un piccolo ma luminoso tassello di speranza.
Chissà se era scritto nel suo destino che avrebbe incontrato la guerra alla sua veneranda età, dopo aver trascorso un lungo pezzo di vita, sempre sfiorandola.
Matteo Dell'Aira*
(*Coordinatore medico dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)
Fonte Peacereporter ( http://it.peacereporter.net/articolo/25721/Il+vecchio+e+la+guerra )
La fortuna di Dominique
Dominique ha circa 50 anni. Non conosce la sua età precisa perché in Sierra Leone l'anagrafe è incerta; certa, invece, è la sua fortuna rispetto a tanti altri, non solo perché l'aspettativa di vita media in Sierra Leone è di 41 anni, ma anche perché, presso l'ospedale di Emergency a Goderich, Dominique ha potuto trovare cure gratuite e di qualità in un paese dove la sanità è a pagamento e dove esistono poco più di 100 medici.
Dominique si era rotto il femore in due punti dopo una brutta caduta ed era rimasto immobilizzato nella sua capanna per mesi, prima di arrivare all'ospedale di Emergency: come tanti altri, non poteva pagarsi le cure mediche necessarie e aveva sperato che la frattura guarisse da sé.
Dominique è stato operato da Lina, la chirurga ortopedica internazionale, e Yilliah, il collega locale: dopo un po' di fisioterapia, ha ricominciato a camminare e presto ricomincerà a fare una vita normale.
In 10 anni di attività Emergency in Sierra Leone ha curato più di 300.000 persone. I pazienti aumentano e ora l'ospedale ha bisogno di crescere con la costruzione di 3 nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso...
Se vuoi sostenere EMERGENCY hai tutti i numeri per farlo: invia un SMS al 45506 e donerai 2 euro per i lavori di ampliamento dell'ospedale in Sierra Leone.
Alieu
Alieu, 13 anni, è inseparabile dal suo compagno di reparto Amara, 8 anni, ricoverato per ustioni. Alieu si esercita sul lettino del reparto di fisioterapia dell'ospedale di Emergency in Sierra Leone, mentre la fisioterapista gli regola le stampelle.
Ad Alieu è stata amputata la gamba sopra il ginocchio a causa di una ferita che gli era stata curata con la medicina tradizionale: quando è arrivato all'ospedale di Emergency, l'infezione si era già propagata al resto della gamba. Succede spesso in Sierra Leone che, in mancanza del denaro necessario a pagare le cure, i malati si rivolgano a curatori tradizionali che utilizzano rimedi che si rivelano spesso dannosi per la salute dei pazienti.
In questo paese il Centro di Emergency è l'unica struttura a offrire assistenza sanitaria gratuita e di livello elevato. In 10 anni di attività sono state curate più di 300.000 persone ma i pazienti aumentano e ora l'ospedale ha bisogno di crescere con la costruzione di 3 nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso...
Ibrahim
Ibrahim, 7 anni, è stato uno dei primi e più difficili pazienti con ustioni all'esofago causate dall'ingestione accidentale di soda caustica. Questa sostanza è utilizzata dalle mamme per produrre il sapone e spesso scambiata per acqua dai bambini.
Ibrahim è stato operato più volte nell'ospedale di Emergency in Sierra Leone per cercare di combattere la continua cicatrizzazione dell'esofago che gli impedisce di avere un'alimentazione regolare.
Ibrahim segue ora uno specifico programma nutrizionale: ogni lunedì viene con la nonna in ospedale e, dopo le visite di routine, gli viene consegnata la ricetta settimanale con le giuste calorie per essere alimentato autonomamente, a casa.
L'ospedale di Emergency in Sierra Leone ha offerto cure gratuite a più di 300.000 persone. I pazienti aumentano e ora l'ospedale ha bisogno di crescere con 3 nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso...
Il Mondo che Vogliamo
Emergency è una libera associazione di persone impegnate nella cura delle vittime della guerra e della povertà e nella promozione di una cultura di pace.
Questo impegno nasce da una frequentazione quotidiana della sofferenza e dalla condivisione di un’idea: che esiste un’unica e sola umanità.
Il lavoro di Emergency – che in 16 anni ha curato oltre 4 milioni di persone – è una pratica di rapporti umani giusti e solidali, ispirati ai principi di eguaglianza, di qualità delle cure, di gratuità per tutti i feriti e gli ammalati.
IL MONDO CHE VOGLIAMO
Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.
Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse.
Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l’eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione.
Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi.
In nome delle “alleanze internazionali”, la classe politica italiana ha scelto la guerra e l’aggressione di altri Paesi.
In nome della “libertà”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull’esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione.
In nome della “sicurezza”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo.
È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire “democratico”?
Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini.
È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.
EMERGENCY
Teresa Sarti Strada, presidente di Emergency, ci ha lasciati un anno fa
"I bambini, qui, quando hanno finito di giocare a pallone si tolgono le scarpe. I nostri bambini in Iraq, quando hanno finito di giocare si tolgono le gambe". Teresa aveva un modo semplice e disarmante di raccontare il lavoro di Emergency, il suo lavoro. A volte bastava dare un'immagine: quella, appunto, dei "nostri bambini", dei pazienti saltati su una mina e curati presso i centri chirurgici di Emergency in Iraq, che poi hanno ricevuto un paio di gambe (o di braccia) nuove nel Centro di riabilitazione che oggi porta il suo nome.
A raccontare dei nostri pazienti e delle loro ferite, specialmente quando si tratta di bambini, si rischia di scadere subito nella retorica: nulla di più lontano da Teresa, dalla sua personalità, e dalle sue parole. Nessuna retorica in lei, nessun compatimento, nessuno spazio per la commiserazione: di fronte alle brutture che ogni giorno invadono i nostri ospedali non bisogna perdere tempo a dire "poverini", c'è semmai da chiedersi "E adesso che cosa possiamo fare?".
La cosa più preziosa che possiedo è un libro di Bertolt Brecht, le Poesie di Svendborg, che mi ha regalato lei, vent'anni fa. Alcune poesie hanno accanto un segno a matita - perché "sui libri non si scrive a penna!" - e sono le sue preferite, quelle che "questo basta a capire la guerra".
La guerra che verrà non è la prima: prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.
Ecco: senza retorica, solo una constatazione. A farne le spese è la povera gente, sempre e comunque. E Teresa, nel corso dei quindici anni della sua storia d'amore con Emergency, l'ha visto bene: Cambogia, Sierra Leone, Afganistan, Iraq... lingue diverse, colori diversi, sapori diversi, storie diverse, ma in fondo la stessa storia: la povera gente faceva la fame.
Teresa è morta un anno fa, il primo settembre di un pessimo duemilaenove. In quest'anno, non è riuscita a vedere molte cose: la sua Emergency continua a lavorare, e tanto. Abbiamo inaugurato un nuovo Centro pediatrico di Nyala, in Darfur, da lei tanto voluto. Un Poliambulatorio per migranti (e non solo) a Marghera, che aprirà a metà ottobre. Il Centro che presto costruiremo nella Repubblica Democratica del Congo. E adesso che cosa possiamo fare?
Cecilia Strada

