F.
F. è un ragazzo che vive nelle campagne che circondano Nadalì, un villaggio vicino a Lashkar-gah. Racconta che stava lavorando nel suo campo quando ha incominciato a sentire arrivare i rumori dei combattimenti e a vedere gli aerei sempre più vicini. D'improvviso - nemmeno il tempo di accorgersene - qualcosa è esploso e numerose schegge lo hanno colpito.
F. è stato portato all'ospedale di Lashkar-gah dove ha subito un intervento d'urgenza all'addome e nei giorni successivi è stato operato altre volte per curare le numerose fratture.
Adesso inizia a stare meglio, ma nelle orecchie continua a sentire un fastidioso ronzio e di notte, quando chiude gli occhi, ha paura.
Venire arrestati in Afghanistan: Matteo Pagani
su Reset Radio
Sono passati ormai quasi tre mesi da quel 10 aprile 2010, giorno in cui tre cooperanti di Emergency, impegnati nell’ospedale di Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, venivano arrestati dalla polizia locale con l’accusa di preparare un piano per uccidere il governatore della provincia di Helmand. Avrebbero dovuto preparare un attentato kamikaze e nascondere in una stanza dell’ospedale sette giubbotti carichi di esplosivo, bombe a mano, armi e munizioni.
Motivazioni pesantissime mosse dai servizi segreti afghani verso gli italiani dell’associazione umanitaria fondata da Gino Strada. Accuse poi decadute dopo pochi giorni con il conseguente rimpatrio dei tre. Per capire meglio come sono andate le cose, a mente fredda, Reset Radio incontra uno di questi operatori internazionali -Matteo Pagani- che ai nostri microfoni si racconta e ci racconta la difficile vita di chi opera per curare i feriti di guerra (per lo più civili) e che, secondo l’arroganza di chi vuole la guerra come unico strumento per ottenere la pace e la stabilità nei paesi, dovrebbe stare zitto e fare solo il proprio dovere.
Ma è possibile vedere bambini di 5 anni con un proiettile nella testa e restare in silenzio? Reset ripudia la guerra.
di Matteo Ponzano
Fonte http://www.resetradio.net/reset/afghanistan-matteo-pagani/
NUOVO COMUNICATO STAMPA
Sono arrivati a Kabul, i 6 cooperanti di Emergency che erano rimasti a Lashkar-gah dopo l’irruzione della polizia, dei servizi segreti afgani e dei militari delle forze Isaf-Nato nell’ospedale di Emergency.
Tra i sei, il logista dell’ospedale di Kabul che era andato a Lashkar-gah subito dopo l'irruzione, una anestesista e tre infermiere italiane e un fisioterapista indiano che lavoravano nella struttura. In seguito alle operazioni che hanno portato al prelevamento di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, lo staff era rimasto nell’abitazione degli internazionali in città.
Lo staff di Emergency non era più entrato in ospedale dal momento dell’irruzione e da allora Emergency non ha più la responsabilità delle attività dell’ospedale.
Scaduti i termini di 72 ore per il fermo, ancora non si hanno notizie sulla posizione giuridica dei fermati, tra cui Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani. A Emergency al momento non risulta che sia stata ancora formulata alcuna accusa a loro carico né che siano stati indicati i diritti a loro tutela, compresa la possibilità di nominare un avvocato difensore.
Emergency è in attesa di ricevere ulteriori informazioni sulla condizione dei fermati da parte della rappresentanza diplomatica italiana a Kabul che sta seguendo l’evolversi della situazione.
10 Aprile a Lashkar-gah
Oggi pomeriggio uomini della polizia e dei servizi segreti afgani hanno fatto irruzione nel Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah, nella provincia meridionale di Helmand. Tre dei nostri operatori, cittadini italiani, sono stati prelevati attorno alle 16.30, ora afgana. Non siamo finora riusciti ad avere un contatto telefonico con loro.
Nell’unico contatto avuto con uno dei cellulari in uso ai nostri operatori ha risposto una persona che si è qualificata come ufficiale delle forze armate britanniche e che ha detto che gli italiani stavano bene ma che - al momento - non si poteva parlare con loro. Altri cinque dei nostri operatori, tra cui quattro italiani e un indiano, sono al momento nell’abitazione dello staff internazionale e sono in costante contatto telefonico con il nostro staff a Milano.
Né le autorità afgane né rappresentanti della coalizione internazionale si sono messe in contatto con noi per spiegarci le ragioni di questo prelevamento. Abbiamo appreso da un lancio di agenzia dell’Associated Press che alcune persone, tra cui cittadini afgani e “due medici italiani”, sarebbero state arrestate con l’accusa di avere complottato per uccidere il governatore della provincia di Helmand.
L’accusa ci sembra francamente ridicola e siamo assolutamente certi che la verità verrà presto accertata. Fermo restante la libertà del governo afgano, delle forze di polizia afgane e dei servizi di sicurezza di svolgere tutte le indagini del caso, chiediamo l’assoluto rispetto dei diritti dei nostri operatori, locali e internazionali. Si tratta di persone che da anni lavorano, per assicurare cure alla popolazione afgana.
Chiediamo pertanto di rispettare i loro diritti, per primo il diritto di comunicare con noi e farci sapere dove si trovano e come stanno. Emergency è presente in Afganistan dal 1999 con tre centri chirurgici, un centro di maternità, una rete di 28 centri sanitari.
A Lashkar-gah, Emergency è presente dal 2004 con un centro chirurgico per vittime di guerra, che in questi anni ha curato oltre 66mila persone.
A Lashkar-gah, dove si rischia la vita anche per una gita in famiglia
Una mina salta in aria al passaggio di un'automobile. A bordo, una famiglia che sta andando a trovare il nonno. Solo la metà dei 6 passeggeri sopravvive all'esplosione.
Una donna con la suocera venuta in città per dare una mano alla famiglia, suo cognato, i 2 figli e il nipote dodicenne. Erano pigiati in 6 in una macchina, quando all'improvviso la loro auto è saltata in aria su una mina.
Sono arrivati all'ospedale di Emergency a Lashkar-gah nel primo pomeriggio. La madre aveva una gamba fratturata, ferite multiple e un pezzo di mina conficcato in un occhio. La figlia aveva abrasioni su tutto il corpo e una grave frattura del cranio. Il nipote, per fortuna, se l'era cavata con la rottura del naso e una ferita al viso. Il cognato e la suocera della donna non sono mai arrivati in ospedale: per loro non c'era nulla da fare. Li hanno ritrovati già morti lungo la strada.
Anche la bambina è morta, ma la mamma ancora non lo sa. Sono passate quasi tre settimane e i parenti non hanno ancora avuto il coraggio di dirglielo. Ora la donna sta meglio: ci vede, le sue ferite si sono chiuse e finalmente abbiamo tolto la trazione alla gamba. Nei prossimi giorni se ne andrà a casa.
Dal nostro ospedale a Lashkar-gah
18 febbraio 2010
Anche a Nadali, altro distretto non lontano dall'ospedale di Emergency a Lashkar-gah, stanno combattendo ormai da giorni.
Akter Mohammed e' arrivato poco fa con il padre Wali Jan, un uomo di almeno 60 anni con una folta barba bianca. Un proiettile, uno solo, gli ha passato la testa da parte a parte.
E' ancora vivo e lo stanno operando.
Il padre urlava e si dibatteva il petto, non solo per quello che hanno fatto a suo figlio, ma anche per il modo. Akter era in casa sua, dietro a una finestra su cui batteva il sole. La sua curiosita' l'ha spinto ad avvicinarsi per vedere cosa stava succedendo fuori, con tutti quei rumori di blindati e di armi.
Un soldato ha intravisto una sagoma dietro il vetro e ha sparato. Colpo singolo alla testa. Poi gli altri sono entrati in casa, urlando e facendo alzare le mani al padre, spingendolo con forza contro il muro. In un angolo, sotto la finestra, hanno visto il risultato del proiettile esploso contro la sagoma che appariva alla finestra.
Un bambino di nove anni. Nove.
Appena l'hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati. Senza una parola.
Per leggere altre notizie dai nostri ospedali in Afganistan, vai sul nostro sito.


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